Educare? Si! Alla bellezza, ma serve tempo.

In quanto operatrice culturale spesso mi sono chiesta quale fosse la mia strada nell’immenso mondo della progettazione e del sapere, ma soprattutto che cosa volevo ottenere da ciò che potevo e volevo offrire. Nelle mie prime esperienze professionali ho percorso mille strade e ho sperimentato diverse metodologie e approcci di comunicazione per capire quale fosse il lavoro da svolgere. Che cosa volevo davvero fare? Trasmettere, lasciare senso e significato in altre persone. Questo era ed è l’obiettivo.

Che cosa serve, allora, per raggiungere lo scopo?

La risposta è semplice: occorre saper stupire, creare emozione. Ed è proprio così! Le esperienze più vive nella nostra memoria sono quelle in cui abbiamo vissuto un particolare stato d’animo.

Operatori, educatori, insegnanti abbiamo l’obbligo di far emozionare i nostri bambini e ragazzi. Ma come possiamo fare? Utilizzando uno degli strumenti che abbiamo a disposizione: la Bellezza.

Si educa alla bellezza attraverso la bellezza…

Ogni bambino, ogni ragazzo ha dentro qualcosa che nessuno può oscurare o imprigionare. Quelle esigenze originarie di verità, bontà e giustizia, su cui si può e si deve far leva, spesso sono una risorsa che nemmeno si sa di possedere e rendono magico e sorprendente il momento della scoperta che sta alla base di tutti i rapporti umani, e del rapporto universale con ciò che sta intorno a noi: la Natura e ciò che l’Uomo ha costruito.

Chi ci ha preceduti aveva già compreso il suo Valore come strumento di arricchimento e crescita. All’epoca della filosofia classica era consuetudine attribuire all’educazione dei giovani una vita virtuosa e buona, perché gli apprendisti fossero spinti a «contemplare la Bellezza nelle attività umane e nelle leggi, e a vedere come essa è dappertutto affine a se stessa» (Platone, Le opere), il καλὸς καὶ ἀγαθός, ciò che è degno di ammirazione e di imitazione.

Il viaggio della consapevolezza e della Bellezza…

I bambini ne sono per natura attratti, questo significa che in noi esiste già un codice di interpretazione che noi operatori, insegnanti ed educatori abbiamo il compito di far recepire, far riconoscere.

Il percorso da affrontare, allora, diventa un viaggio di consapevolezza poetica e di auto-educazione verso ciò che è il nostro patrimonio umano, materiale e immateriale, in una dimensione di osservazione, ricerca, gioco e gioia. Perché quando vediamo qualcosa di bello, quando facciamo qualcosa di bello per noi e per gli altri, sappiamo che è allo stesso tempo è buono e questo produce felicità, accresce la nostra autostima e il desiderio di produrre altra Bellezza e altra Bontà.

Occorre però un altro Valore: il tempo…

Ma la bellezza, come sostiene Platone, richiede stupore, meditazione, ammirazione quindi di tempo. Questo spiegherebbe perchè oggi si riscontri una evidente difficoltà a far passare il messaggio, a educare. Il tempo diventa una condizione imprescindibile per poter innescare il comportamento virtuoso verso l’apprendimento. La frenesia del mondo che viviamo diventa inconciliabile in questa prospettiva, e questa frenesia è la stessa che i bambini e i ragazzi subiscono a causa degli adulti e del contesto circostante. Tutto attorno a noi corre, ciò che vogliamo esprimere non giunge a destinazione, ci scivola addosso senza trovare spazio per fare radici.

Serve tempo, perché saper godere della Bellezza significa concedersi una pausa, fermarsi, accorgersi di ciò che siamo, prendere coscienza degli altri, di ciò che sta sotto gli occhi e al nostro fianco.

I primi però a rivalutarlo dobbiamo essere noi genitori, insegnanti, operatori, educatori. Abbiamo bisogno di concepirlo in una nuova ottica, condividendolo fruttuosamente con i nostri studenti, allievi, figli, colleghi. Solo allora capiremo una verità assoluta: la Bellezza in realtà non ha tempo.

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